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Il Ciclo
di: Simone Ruocco

Posso vederle sul suo viso, sulla sua fronte, le dieci, cento rughe che incrinano una giovinezza ormai solo dell'anima. Ce n'è una per ogni fatica, e una per ogni sacrificio che ha sopportato perché anche io potessi essere qui -e poi un po' più in là, tra quache anno-. 
Nel suo sguardo, in due occhi scuri e ancora vigili, trovo la stanchezza. Ma la porta con coraggio e orgoglio, sente che è necessario sopportare ancora per poter ammirare il suo operato. Glielo si legge nei gesti, nelle parole.

C'è un orologio d'argento, di quelli silenziosi, nel suo comodino.
Ogni tanto lo prende e lo guarda, passa le mani callose sui punti ingrigiti dal tempo, non capisce come possa essersi rovinato, lo ha sempre mantenuto bene, lo ha sempre conservato. Ha vissuto in tempi in cui il risparmio era la sopravvivenza, e ora che tutto si getta e si ricompra gli sembra un insulto a ciò che ha dovuto sopportare abbandonarsi a quella logica.
Ogni tanto lo prende e lo guarda, osserva le lancette ciondolare ancora, dopo anni passati a fare sempre la stessa cosa. Compiono un giro completo e poi ripartono, non si fermano. Non si arresterà mai quell'orologio, gli piace.
Per questo ogni tanto lo prende e lo guarda, perché gli piace e gli ricorda qualcosa. Ma non sa più che cosa.
Poi lo mette via e si corica, ringraziando Dio per tutto cià che ha, nella notte silenziosa che gli ruba ogni volta un po' di tempo senza che lui possa fare niente. Tempo perso, pensa ogni tanto, prima di addormentarsi.
Qualche sera gli sembra di sentirlo ticchettare, l'orologio, ma si sbaglia. È un orologio silenzioso, di quelli d'argento.

Reggeva una valigia di cartone in mano, ma quel poco che aveva lo teneva indosso, perché non si sa mai.
Torino degli anni trenta era una città sudicia, non ancora toccata dai grandi palazzi di vetro del miracolo italiano. Ma giù, al sud, dicevano che lì c'era lavoro se avevi la forza per spezzarti la schiena in fabbrica.
Dicevano che c'era speranza, così era partito.
Le mense comuni puzzavano di fame e povertà, offrivano sempre pasti abbastanza scarsi da obbligarti a tornarci per quello seguente.
I ricoveri notturni invece puzzavano di stanchezza e di sudore, la sua branda era talmente sfondata che poteva sentire il pavimento freddo sotto la schiena distrutta dal lavoro. All'epoca non ringraziava ancora Dio, o forse era solo troppo stanco.
Quando lo pagavano nascondeva quelle poche monete nel giaccone di pelle, dentro le toppe, perché non si sa mai.
Ricorda bene la sua prima banconota da cinque lire. La raccolse da terra e la restituì al proprietario, un uomo alto e giovane, un bel viso. Ce l'ha ancora in mente, lo sguardo che gli ricordò quanto fosse povero e insignificante e diverso da lui.

Si è lasciato dietro la sua famiglia e la miseria in cerca di speranza.
L'ha trovata in un impiego ad ore come aiuto cuoco e poi come pizzaiolo in un locale che ha avviato con sacrificio e dedizione. Così ha fatto la sua fortuna, servendo pizze a quelle famiglie borghesi che prima lo disprezzavano e ora sembrano rispettare più la sua umiltà che la sua condizione, ignare delle sue origini.
E quella speranza continua a conservarla gelosamente negli occhi di sua moglie, che dopo quarant'anni di matrimonio è ancora accanto a lui. In quelli dei suoi fligli, e dei suoi nipoti, nelle loro vite, quelle per le quali ha lavorato tanto duramente. 

Per vederle fiorire, solo per quello, resiste ancora.