Seguici su Facebook Seguici su Twitter
Pietrone l'idealista
di: Michela Ermini

Il mio bisnonno Bernardino venne a Roma da Rieti quando aveva ventuno anni. “Dopo quell’età” diceva “i reatini rincretiniscono, così io sono venuto via prima!” In realtà, seppi poi, da Rieti era dovuto scappare dopo aver sperperato il patrimonio di famiglia con le donne e le pariglie di cavalli bianchi, che – in quest’ordine - erano le sue passioni. Sentii anche mormorare che era padre naturale di mezza Rieti, forse una leggenda per sottolineare la virilità familiare.

A Roma, Bernardino sposò Erminia ed ebbe due figli: Domenico nel 1897 e Giulio nel 1899. Abitavano in via de’ Giubbonari, una strada del rione Regola che unisce la piazza del mercato di Campo de’ Fiori alla piazza di San Carlo ai Catinari, al confine estremo del ghetto ebraico.

Quando scoppiò la prima Guerra Mondiale, Giulio scappò, mentì sulla sua età e si arruolò negli Arditi. Domenico, che tutti chiamavano Pietro e che era mio nonno, si arruolò per amore del fratello, ed entrambi furono spediti al fronte. Il grande affetto di Pietro non bastò a proteggere Giulio: fuoco austriaco colpì il suo zaino pieno di granate ed il caporale ragazzino saltò in aria davanti agli occhi del fratello. Quello che raccolsero di lui è ancora là, nel cimitero militare sopra Schio.

Tornato a casa, Pietro andò a lavorare in fonderia. Faceva il tornitore in lastra e ci rimediò due spalle larghe come un armadio, cosicché da Pietro diventò Pietrone. Guai a stringergli la mano! Aveva tanta forza nelle braccia che faceva male anche senza volere. Alla soglia della trentina, si innamorò della signorina Ines, figlia di ricchi commercianti e prima di cinque sorelle in una casa dove il matriarcato era legge. Ines aveva più spasimanti di ogni altra ragazza del quartiere, ma si innamorò anche lei e decise di sposare Pietrone. Sua madre Anita chiamò Pietro e lo fece salire al primo piano del palazzotto rinascimentale di proprietà della famiglia. Aprì un armadio a sei ante e disse “Questi sono i vestiti di mia figlia, Pietro. Ha calze di seta e biancheria per ogni vestito. Lei può mantenerla in questo lusso?” Mio nonno non rispose, si voltò e prese la porta. Faceva l’operaio ed era comunista. Non si piegava, lui.

Ines aveva 19 anni e aveva un carattere che si piegava ancor meno di quello di Pietro. Scappò da casa e si nascose da un’amica. Pietrone, per evitare lo scandalo, prese una sedia la mise fuori del portone della casa di Ines e rimase lì per tre giorni e per tre notti. Alla fine, Anita cedette, ed i miei nonni si sposarono. Era il 1925. L’anno successivo nacque il primo figlio e nella casa matriarcale furono tutti così contenti che lo mostrarono alla finestra ancora sporco di liquido amniotico. Grazie a Dio era luglio e faceva caldo.

Pietro ed Ines ebbero tre maschi e due femmine. Il primo, Nanni, in realtà si chiamava Giovanni Giuseppe Giulio. Poi nel ’28 nacque mio padre, Giulio Giuseppe Giovanni e nel ’31 toccò a Giuseppe Giovanni Giulio, detto Pino. Mi sono sempre domandata come avrebbero chiamato un altro maschio se l’avessero avuto. Per fortuna, nacquero soltanto Amalia ed Erminia.

Venne il Fascismo e nonno Pietro non si iscrisse al PNF. Tutti sapevano che era comunista, anche il commissario, ma lo lasciavano stare perché Pietrone, con cinque figli piccoli, più che l’idealista non poteva fare. In casa nascondeva una famiglia ebrea, ma tanto era un idealista, che bisogno c’era di andare a perquisire?

Ines è morta nel 1967 e Pietrone l’idealista che l’amava più di ogni altra cosa le è sopravvissuto 16 anni, maledicendo ogni singolo giorno. Spero che, dovunque siano, siano assieme.