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Scatti di vita
di: Cinzia T.

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Nasco nel 1981 il 18 febbraio, a Roma, da mamma Giulia e papà Angelo. Ho un fratello già sette anni più grande di me, Francesco, che appena mi vede ha un sussulto ed esclama deluso: “ma è tutta rossa e ha i capelli neri”. Fino all’età di sei anni rimango vittima delle sue storie spettrali, abilmente raccontatemi in ambienti appositamente bui al fine di farmi spaventare a morte e convincermi dell’esistenza di una vecchia con una gabbia, che nottetempo verrà per rinchiudermi e portarmi via. Dormirò con la lucina del comodino accesa fino ai 10 anni.

 

Ho cinque anni e passo molte mattine al bar a giocare a carte con mio padre, il quale facendo tardi al lavoro la sera non riesce mai ad alzarsi e portarmi per tempo all’asilo. So inevitabilmente tutto su tresette, scala quaranta, scopa, rubamazzo e briscola. Non andiamo sempre al bar a volte mi porta appena fuori Roma a vedere piccoli campionati di aeromodellismo; passiamo mattinate intere a puntare lo sguardo al cielo. Quasi sempre alle 12:30 siamo di ritorno per il pranzo che prepariamo anche per mia madre che rientra dall’ufficio alle 15:00. A questo punto è mio padre ad andare al lavoro e ciò mi provoca lunghe crisi di pianto; rivedrò il mio compagno di giochi il mattino seguente.

 

Ho sei anni e il primo giorno di scuola elementare torno a casa con un occhio nero ma non senza aver ripagato con la stessa moneta l’autore di tale scempio, che mi ha incautamente e ripetutamente canzonato e tirato i capelli. Sono la prima della classe ma non studio mai, faccio sempre i compiti di sera, dopo cena, questo perché passo tutto il giorno ad inventare giochi con la carta, la colla, le forbici e lo scotch. Scendo poco in cortile a giocare con gli altri bambini, perché mi fanno spesso i dispetti ed io finisco sempre per tornare su casa arrabbiata. Un giorno sento mio padre vantarsi di questo e di quello con alcuni inquilini del palazzo. Pochi giorni dopo, da dietro un muretto, sento: “mi raccomando non far giocare la figlia di Angelo”.

 

Ho nove anni, cambio scuola, e i miei mi iscrivono all’istituto cattolico di S. Francesco, la mia maestra suor Francesca Agnese mi ricorda uno di quei generali nazisti che spesso ho visto nei film che piacciono tanto a mio nonno. Non sono più la più brava della classe e il mio nome è scritto su una bandierina attaccata ad una montagna disegnata su un muro, assieme a tutte le bandierine dei miei compagni; lo scopo è raggiungere la vetta prima degli altri superando varie tappe simbolo dei nostri successi scolastici. Sono spesso in punizione, in piedi fuori dalla porta della classe, con il divieto di oltrepassare il perimetro della mattonella 30x30 cm, neanche per andare in bagno. Inizio ad intuire il concetto di libertà e ribellione. Una mattina nel cortile, durante la ricreazione, sono appoggiata con la schiena al muro e mentre guardo gli altri giocare a palla prigioniera avverto una fitta fortissima alla pancia, sembra che qualcuno mi abbia appena pugnalato. Penso di non aver mai provato nulla di simile prima. Ecco cos’è il vero dolore.