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Sussidiario Fotografico - pag. 2
di: Mary Stella Brugiati

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Il 14 settembre del 1999, inizio le scuole medie. Il mio bollettino ufficiale dice che non ho amiche femmine, e pochi amici maschi. Devo cercare di limitare i miei scatti d'ira. Mi aiuta uno specialista, mia madre che mi scrive sul diario "mani in tasca" , e un sacchetto di forza di volontà.
Seguo soprattutto le lezioni di italiano e storia, la professoressa è un po' fuori di testa, ma ci insegna a sognare. Mi presta la videocassetta di Roma Città Aperta. Mi innamoro prima di Anna Magnani, poi del cinema.
Tenere le mani in tasca mi premia. A gennaio del 2000 conosco Alice, carina e intelligente. Si presenta da me con una t-shirt rossa, pantaloni bianchi e Fornarina, ma non tanto alte. Il fatto che abbia scarpe legali in un periodo in cui scarseggiano mi spinge a parlarle.
E poi un sacco di interessi in comune, l'amica perfetta insomma.
Tempo due anni e la scopro con il mio ragazzo di allora, al ballo della scuola. Come nei film. Come nei fottuti balli americani.
La prima amica che se ne va con il primo ragazzo che fino a qualche minuto prima ti sussurrava quelle due parole, quelle cinque lettere.
Senza neanche lanciare nessun malocchio, si lasciano pochi mesi dopo.

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A settembre 2002 scelgo: il liceo Magistrale, una nuova amica, ma questa volta con scarpe assolutamente normali, per non sbagliare, un nuovo taglio di capelli, alla “Soldato Jane”, perché sono solo capelli, e ricrescono.
Ma non posso scegliere: di eliminare le maniglie dell'amore, anche detti: fianchi importanti, e di litigare con mia madre quasi ogni giorno. Mi accusa di essere la causa di tutti (o quasi) i mali, io non trovo le risposte, forse perché penso sia uno scherzo, poi però nessuno ride, io tremo, metto le mani in tasca ma vorrei sfondare tutte le porte, tutte le finestre, lasciar uscire questo odore ignorante.
Ma non posso. Trovo di nascosto un pacchetto di Marlboro Rosse, la nicotina offusca il suo volto, rende sbiadite le sue parole, inspiro, espiro, e spero che una non ne tiri un' altra. Illusa.

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Il 7 luglio 2007 finisco la maturità. Ultimi dieci minuti dell'orale: il presidente di commissione mi interrompe durante il collegamento Rimbaud – Kerouac per chiedermi se fossi io la ragazza della scuola famosa per le imitazioni.
Faccio cenno di si con la testa, allora mi dice di terminare il collegamento e di fargliene qualcuna. Dopo i primi dieci secondi di panico, a cui si aggiungono scarsissima salivazione e residui di esplosione di una Bic blu per tutto il banco, devo scegliere cosa fare.
Quello sarà uno dei giorni più importanti almeno per i prossimi dieci anni a seguire. Dovrei rischiare di fare imitazioni a professori che, se non gradissero, potrebbero bocciarmi?
“Magari non mi chiedono matematica” - penso.
Ne faccio cinque, ridono, ma quando mi chiedono il valore della X, io un po' meno.