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Il Diavolo nel dettaglio - Album fotografico (part II)
di: Marco Calisesi

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Sono in seconda media inferiore e la professoressa Manna ci dà tre tracce per il tema in classe, ma questa volta ne vuole aggiungere una quarta per i più coraggiosi: “Scrivere l’inizio di un libro”.
Non vedo nemmeno le altre tracce e inizio subito a scrivere quello che sarebbe stato il primo capitolo del mio libro. Abbiamo quatto ore di tempo per poter finire la brutta e ricopiare poi il tutto in bella copia. Inizio a scrivere con calma di un uomo, senza memoria, che si ritrova sulla riva di una spiaggia, vicino al relitto di una nave con delle strane orme vicino allo scheletro della barca.
Dopo un inizio della storia studiato, durante il quale parlo spesso con i miei compagni di classe su cosa stanno scrivendo e quali sono le loro idee (sempre senza farci vedere dalla prof), la mia mente esplode e non riesco più né a fermare la penna né a fermare l’immaginazione. Al suono della campanella della quarta ora ho scritto sedici fogli protocollo interi, per un totale di sessantaquattro pagine e non so nemmeno io cosa c’è dentro, quale è la storia e cosa succede.
Consegno il tema paonazzo in volto per la totale ignoranza di ciò che le sto dando, unito all’assenza della bella e al volume enorme di fogli che ho scritto. La professoressa è allibita e mi chiede se veramente lo ho scritto io o se, magari, non avessi qualcosa di già preparato in borsa.
Non so cosa rispondere, preferirei quasi un due sul registro piuttosto che fargli leggere cosa ho scritto. Rimango in silenzio e lei prende i fogli e esce dalla classe.
Due settimane dopo avrebbe consigliato ai miei genitori di farmi vedere da uno psicologo.
 
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Sono a scuola. È l’estate tra il quarto e il quinto liceo scientifico e con mia madre siamo a colloquio con il mio professore di storia e filosofia, un fratello delle scuole cristiane.
“Professor D’Amico, non può continuarmi a farmi pesare il fatto che i miei si sono divorziati con continue frecciatine in classe”, dico al consacrato.
Mia madre trattiene le lacrime e non parla. Il professore esclama “Non sono frecciatine. Siamo in una scuola cristiana e non posso passar sopra davanti al figlio di due persone che sono andate contro un giuramento di fronte a Dio.”
Mia madre scoppia in lacrime e io rimango in silenzio ad osservarla, Fratel D’Amico sta continuando a parlare.
Mi muovo lentamente e faccio il giro della scrivania.
Lo colpisco al volto con il pugno destro. Un movimento dal basso verso l’alto che lo scaraventa contro il muro. La sua mascella si è rotta.
Le sue urla di dolore fanno entrare il preside della scuola. Fratel D’Amico non può parlare, mia madre non ci riesce, gli spiego io cosa è successo con una calma trascendentale.
Viene decretato il mio cambio di sezione per l’anno venturo.