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Dopo Nessie

Scrittura (torna su)

Dopo Nessie è storia recente.
Ho fatto il Master biennale alla Holden, solo al termine del quale mi sono reso conto di quanto la mia scrittura precedente fosse immatura.
Il mio rapporto con la scrittura, prima, era di amore infantile e incondizionato. Dopo, è diventato un amore-odio tormentato e sanguigno, perché ho capito che con la scrittura potevo fare molte più cose di quante pensassi.

Dai tempi del Master, adesso sono in grado di non scrivere una riga per mesi, pensarci continuamente, poi passare settimane davanti al computer mangiando solo pasta in bianco una volta al giorno.
Cerco di continuare a studiare, frequentando corsi validi (le volte che ne trovo) e sottoponendo i miei scritti all'editing di persone di cui ho stima. Perché non si deve mai dare per scontato ciò che si ama.
Nel 2009 ho vinto un concorso come statistico alla Commissione Europea; sarei andato a vivere in Lussemburgo, in cambio di un ottimo stipendio. Ci ho pensato un po', poi sono rimasto. Per i miei allievi, per i miei spettacoli, per tutto quello che stavo e sto ancora costruendo.
Mi si chiederà perché ho fatto il concorso, se tanto non volevo fare quel lavoro: leggete Nessie e capirete. Certe abitudini sono dure a morire.

Umorismo e comicità (torna su)

Parallelamente alla Holden, la sera, studiavo al Master in teatro comico e cabaret dell'Accademia del Comico di Torino. Volevo imparare anche io a fare come i comici che vedevo in Tv da quando ero piccolo: ero minuscolo quando vedevo il Drive In e ridevo per le comiche di Enrico Beruschi, preadolescente con Avanzi, grandicello con tutte le versioni successive (Tunnel, Pippo Chennedy Show, Ottavo Nano), e con Mai Dire Gol degli anni '90, e avevo piena consapevolezza di causa quando poi ho scoperto Luttazzi e Woody Allen.
Durante gli anni della Holden ho poi scoperto i Monty Pythons e gli stand-up comedians americani, e il processo si è completato. 

La mia produzione umoristica scritta più prolifica è stata sulla satira: prima come autore emergente e semisconosciuto, poi per la Palestra di Luttazzi, poi come blogger indipendente, poi come membro del collettivo di autori satirici Acido Lattico, di cui sono co-fondatore.
Tutta l'attività autoriale si è sempre accompagnata alla parte scenica, in cui ho portato in scena i monologhi miei e di Acido Lattico in teatri (ad esempio il Teatro dei Satiri e Piccolo Jovinelli), palchi all'aperto, librerie e locali.
La prima volta che sono salito su un palco a fare le mie battute, una sera dell'inverno del 2005 in un piccolo locale di Torino vicino al Po, ero terrorizzato, inesperto e ubriaco. Ugualmente, ero felice di una felicità piena di senso di appartenenza, e ho capito che nella vita avrei fatto quello. La stessa sensazione che avevo avuto, anni prima, scrivendo i primi racconti a sfondo autobiografico.
In entrambi i casi pensavo, meravigliato: "Allora si può fare!"

Il discorso con la satira si è recentemente evoluto: se rimangono fermi i principi-guida, cioè che una battuta non deve essere nazista, variano le forme e il modo di farle.
Alcune considerazioni recenti che ho fatto mi hanno portato ad allontanarmi da una concezione di satira come "commento spiritoso della notizia del giorno" oppure come "vediamo chi la spara più grossa" imperante e invasiva soprattutto su internet: è un percorso che ho iniziato e che per ora mi ha portato ad allontanarmi da quel mondo, anche perché ho l'impressione che la satira in Italia sia in uno stato comatoso. Oppure sono cresciuto io, chissà.

Improvvisazione teatrale (torna su)

Trasferitomi di nuovo a Roma, ho finito lì l'Accademia, andando in scena regolarmente in spettacoli comici, con battute di satira, sketch di situazione, monologhi sulla mia infanzia, scene surreali.

È in questo contesto di serate dal vivo che ho scoperto un nuovo mondo: quello dell'improvvisazione teatrale. Una sera d'estate ho fatto una lezione di prova con VerbaVolant. Mi sono divertito. Dopo la lezione, l'insegnante mi ha detto che al corso mi ci voleva. Mi sono iscritto. Dopo il primo anno di corso, l'insegnante mi ha confermato che "da quella lezione non ho capito che tipo di improvvisatore saresti stato, ma ho capito che ERI un improvvisatore".

Da allora è stato un susseguirsi di studio, a volte divertente a volte tecnico fino alla maniacalità, per completare il triennio SNIT (Scuola Nazionale di Improvvisazione Teatrale) e successivamente continuare a studiare e contemporaneamente fare spettacoli.
Chiedete a dieci improvvisatori perché amano l'improvvisazione: nove vi risponderanno "perché non devo imparare un testo a memoria". Per me non è mai stato quello il centro della questione. Il bello per me è che, improvvisando, si possono creare mondi interi, che evidentemente non esistono se non per quei precisi minuti, su quella precisa scena. L'improvvisatore può rendere reale qualsiasi cosa l'istinto gli detti in un dato momento. È il bello di fare spettacoli senza scenografia: si può riempire il palco di tutto quello che si vede, e farlo vedere anche ad altri.

Adesso (torna su)

Adesso cerco di tenere insieme tutte queste cose. Continuo a improvvisare nella scuola che mi ha cresciuto, VerbaVolant; ho un gruppo di improvvisazione mio, i Trama Libera Tutti; tengo corsi di scrittura comica e autobiografica, corsi di teatro comico e cabaret. Insegno matematica allo scientifico, e da più d'un anno sto pensando al mio primo romanzo, ma sono nel pieno di uno dei blocchi dello scrittore più lunghi che la storia recente ricordi.

Domani (torna su)

Domani chi lo sa.
Vista la velocità con cui monto e smonto progetti, domani potrei star frequentando un corso di addestramento di grizzly in Alaska, per poi tornare in Italia, cambiare il mio nome in "Nino D'Angelo" e guadagnarmi da vivere vendendo autografi falsi.
L'unico modo per scoprirlo è tornare spesso a visitare questo sito.


(l'alternativa era mettere una foto di Nino D'Angelo)